A scuola di startup nella Silicon Valley: il racconto di Gabriele Gugnelli cofounder di Orange Sea

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Immaginatevela un po’ come l’AirBnb delle barche, solo che oltre a soddisfare il desiderio di veleggiare in mare aperto Orange Sea realizza il desiderio (decisamente diffuso) di un aperitivo al tramonto. È questa l’idea di business che ha  portato Gabriele Gugnelli a San Francisco, selezionato da Aster e Regione Emilia Romagna per il Silicon Valley Mindset Program. Due settimane di full immersion a dicembre per capire dall’interno come funziona l’ecosistema delle startup in California e capire se qualcosa di quel modello di successo può essere applicato anche in Italia.

Abbiamo intervistato Gabriele mentre si trovava ancora a San Francisco. ed ecco che cosa ci ha raccontato della sua esperienza e delle giornate di affiancamento.

È un fiume in piena di contenuti, molti davvero interessanti, e altri un po’ meno. Le giornate qui iniziano alle 8 del mattino e finiscono anche alle 9 di sera. Un mix di lezioni, visite ed incontri di networking.
Per la maggior parte dei giorni il programma è questo:
Al mattino lezioni su tutti gli aspetti del fare startup: come raccogliere investimenti, costruire un pitch, come fare networking, come fare business negli Stati Uniti.  Il pomeriggio visite alle grandi società della Silicon (come Google, Mozilla e Salesforce) e gli incubatori presenti sulla Bay Area.
E poi spazio a eventi di networking e pitch night dove altre startup si presentano ad un board di investitori.
Un programma sicuramente completo dove riesci a percepire il mondo che si è sviluppato qui in tutte le sue sfumature.

visita-a-google_orange-seaChe idea ti sei fatto dello startup system americano? In che cosa è completamente differente da quello italiano?

Una cosa che ho capito solo venendo in California, è che dall’Italia non abbiamo minimamente idea di come funzioni da queste parti.
Ci sono molti luoghi comuni, stereotipi di cui siamo convinti guardando le notizie su investimenti milionari e ragazzini che ricevono finanziamenti come fosse la paghetta settimanale.

Non è il paese dei balocchi. La verità è che la Silicon Valley non è per tutti. Anzi, è per pochi.

Qui c’è la più alta concentrazione di capitali al mondo, ma anche la più grande competizione  condensata nell’arco di 100 km quadrati (30.000 startup per intenderci) e una bolla speculativa che ha reso l’area una delle più care degli Stati Uniti. Per poter sopravvivere qui servono dai 3.500 ai 4.000 euro al mese. E un programmatore ti costa 130.000 euro l’anno, circa 5 volte l’Italia

Quindi per chi pensa di venire a San Francisco a cercare “fortuna” con la sua idea è come se stesse andando in guerra armato di arco e freccia contro l’aviazione. Non ci sono molte possibilità di tornare vincitori.

Ma non è una visione pessimistica? Davvero non ci sono  possibilità di successo?

In realtà ci sono due strade che puoi prendere per avere davvero successo da queste parti.
Ma prima voglio fare un passo indietro e spiegarti come funzionano gli investimenti in Silicon Valley.
Ci sono varie fasi nel percorso d’ investimento di una startup:
La prima arriva da uno o più Angel Investors, che solitamente mettono capitale proprio con l’obiettivo di ottenere il triplo del ritorno dopo 2-3 anni (fino a 500.000 euro di solito).
La seconda e le successive da Venture capitalist che gestiscono dei fondi su cui hanno un obiettivo di crescita nei successivi 10 anni.

Ed è qui che cambiano le regole del gioco.
Il loro modo di ragionare è questo. Investiamo su 100 startup che hanno la potenzialità di diventare un Unicorno, cioè  società valutate 1 miliardo di dollari e con una crescita esponenziale (per capirci Uber, Airbnb ad esempio).
Di queste 100 solo 1-2 diventeranno tali e ripagheranno l’investimento sulle altre 98.
Le startup a crescita lineare e senza questo mercato potenziale enorme non suscitano interesse.

Quindi, prima strada: presentati con una startup (e poi ti racconterò cosa intendono per startup qui) che ha questo potenziale e convinci i finanziatori che potrai essere tu il prossimo Unicorno.

La seconda strada è quella della exit, della vendita della propria società ad un player più grande, ottenendo  un investimento iniziale da angel investor e grazie ad un modello di business già profittevole riuscire a crescere da solo fino all’acquisizione.
Questo permette di essere meno “schiavo” da finanziamenti che spesso hanno clausole restrittive sul ripagamento degli investitori, rischiando di lasciare poco o nulla nelle tasche del fondatore.

Cosa dovrebbe fare quindi una Startup italiana per poter dire la sua in Silicon Valley?

È la domanda che ci siamo posti più spesso!. Grazie anche ai consigli di altri italiani che sono qui da diverso tempo sono riuscito a buttare giù un piccolo vademecum in otto punti che condivido volentieri con We4Italy:

  1. avere una startup con un fatturato già consistente (almeno 100 000 euro l’anno)
  2. essere già una piccola impresa con 2-3 dipendenti che funziona.
  3. avere le prove che il tuo prodotto o servizio funziona anche negli Stati Uniti, validato sul mercato
  4. dimostrare dati alla mano che hai un vantaggio competitivo, cioè quella che chiamano la secret sauce rispetto ai concorrenti
  5. dimostrare un modello di business chiaro e scalabile, cioè in grado di raggiungere con la stessa modalità un numero molto esteso di clienti
  6. avere un sistema di acquisizione clienti il più definito possibile
  7. essere disponibile a trasferire il marketing e il CEO in California, perché difficilmente investono su chi non possono controllare da vicino.
  8. e infine occhio al settore: se sei una startup che si occupa di Food, Fashion e Design hai un netto vantaggio rispetto ad altre. Che ci piaccia o meno gli italiani sono stati categorizzati come bravi e credibili su questi settori, meno su altri.

Per questo non è per niente facile.

Un’altra cosa  fondamentale da queste parti, è l’arte del networking.
San Francisco è una città business oriented e ovunque si parla di tecnologia e startup. Mi è capitato di trascorrere ore in lavanderia o durante la festa di fine programma dentro ad uno scuolabus a parlare delle strategie di Apple e Google con un business  strategist che lavora proprio a quest’ultima. Ecco, questa è la vera magia di questo posto.

In italia nei bar si parla di Calcio, di sport e Politica. Qui di qual è il tuo business e la tua visione.

E’ fondamentale sapersi creare una rete perché qui ci sono i migliori al mondo: serve per accrescere la propria curva di apprendimento ma anche per arrivare a potenziali investitori.

Che consigli daresti alle istituzioni italiane che hanno il compito di favorire lo sviluppo di nuove imprese?

La regione Emilia Romagna è stata pioniere per l’Italia nel creare un ponte con la Silicon Valley.
Per la verità siamo uno degli ultimi paesi in Europa ad averlo fatto, ma la nostra regione si è comunque dimostrata la più sensibile su questo argomento.
Secondo me stanno approntando un programma interessante, con un percorso di avvicinamento per permettere a quelle piccole medie imprese che rispettano i requisiti di prima, di passare allo step successivo accedendo ai capitali della Silicon e diventare aziende mondiali.

Quello che consiglierei alle istituzioni è di creare la cultura del fare business come succede da queste parti.

Spesso gli italiani sono superiori nello sviluppo di servizi e prodotti, ma molto indietro per quanto riguarda la capacità di costruirci il business attorno.

Tolte le grandi imprese, siamo ancora rimasti a un modello familiare che funzionava 20-30 anni fa, inadatto a quello della competizione globale che c’è oggi e dove la differenza la fa l’analisi dei dettagli.

Grazie Gabriele, una bella testimonianza dalla quale c’è molto da imparare per tutti i lettori e la comunità di We4Italy!

 

 

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