Il futuro del made in Italy secondo Stefano Micelli

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Una speciale cultura del fare legata alla qualità, con una tensione all’originalità e alla bellezza: così definisce Stefano Micelli la manifattura italiana che caratterizza tanta parte del Made in Italy. Da docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università Ca’ Foscari e direttore della Fondazione Nord Est, studia e fa emergere come pochi le trasformazioni del sistema industriale italiano sotto la spinta delle nuove tecnologie. “Futuro Artigiano” è il suo manifesto con cui nel 2014 ha vinto il Compasso D’oro “per aver fornito ragioni economiche e pratiche per rivalutare l’artigianato industriale italiano in un’ottica non nostalgica ma proiettata verso il futuro”.

A Stefano chiedo del “Fare” come modo per distinguere il Made in Italy, soprattutto ripensando al vantaggio competitivo delle piccole e medie imprese italiane.

Quali mosse al tempo della globalizzazione?

“Nella piccola e media impresa, ma spesso anche nella grande, “il saper fare” di matrice artigianale costituisce uno degli ingredienti essenziali del vantaggio competitivo delle imprese del Made in Italy. Per trasformare questo patrimonio di pratiche in valore economico abbiamo imparato a “illuminarlo” e a organizzarlo, seguendo le richieste del mondo che cambia. Oggi possiamo continuare in questo percorso, puntando sulle nuove tecnologie della cosiddetta “terza rivoluzione industriale”, dal Web alle stampanti 3D. L’obiettivo è riposizionare la manifattura in un nuovo immaginario che metta in relazione questo saper fare storico con l’economia globale.

Quali sono le principali differenze rispetto al passato?

Per essere declinato al futuro, il lavoro artigiano deve essere ibridato lungo tre direttrici:

  1.  La prima riguarda il nuovo rapporto con la tecnologia. Se oggi rilanciamo la cultura del fare è perché abbiamo nuovi strumenti e nuove tecnologie che consentono alle imprese di competere sui mercati internazionali senza puntare su prodotti di massa, ma scommettendo su varietà e personalizzazione come mai avvenuto prima d’ora.
  2. Un secondo aspetto di novità riguarda la nuova cultura della comunicazione. Storicamente, il nostro lavoro artigiano è stato attento a custodire i propri segreti. Oggi la sfida è raccontare la ricchezza culturale del nostro lavoro per fare diventare questo racconto, magari su Youtube, parte integrante del valore dei nostri prodotti. Questo tipo di narrazione diventa azione culturale capillare e ingrediente essenziale nella produzione di valore.
  3. Un terzo elemento di novità riguarda l’internazionalizzazione: dobbiamo esportare questo saper fare senza banalizzare la qualità dei nostri prodotti. Non si tratta semplicemente di vendere all’estero: l’obiettivo deve essere quello di aprire a nuove culture incrociando la sensibilità di altri paesi. Abbiamo bisogno di artigiani e di imprenditori cosmopoliti, flessibili verso altre culture e attenti a nuove idee di eleganza e di innovazione.

Recentemente hai lanciato un nuovo progetto per creare un fablab in ogni istituto superiore del Nord Est: ma introdurre la manifattura digitale nelle scuole, cosa c’entra con il mondo del lavoro e delle imprese?

La formazione tecnica e professionale in questi anni è stata un po’ la cenerentola del nostro sistema formativo. Vogliamo ridare valore a quanto si fa negli istituti tecnici e professionali, superando il concetto tradizionale di avviamento al lavoro. Credo sia necessario passare da una logica dell’istruzione (imparo le cose che sono necessarie a far funzionare determinate macchine, le “istruzioni per l’uso”) a una logica dell’innovazione (dove si apprendono le tecniche per innovare e sperimentare il futuro).

Si tratta di portare nelle scuole tecniche la cultura maker che ha segnato il dibattito e la formazione negli Stati Uniti. L’obiettivo è rinnovare quella creatività che ha reso i nostri artigiani così importanti nel nostro sistema manifatturiero dando loro la possibilità di sperimentare direttamente ciò che viene chiamato digital manifacturing attraverso laboratori aperti alle imprese e alla società. Non possiamo più pensare che questa innovazione passi solo attraverso l’università o i dottorati: è fenomeno generalizzato che va diffuso ai ragazzi in età scolare con un forte orientamento all’imprenditorialità.

Come pensate di finanziare questo percorso?

Un altro elemento di questo progetto è il crowdfunding. Grazie a una startup specializzata nel crowdfunding territoriale, Ginger, abbiamo avviato una ricerca fondi gestita direttamente dalle scuole e dagli studenti cui si chiede di presentare i propri progetti. Questa parte del progetto costituisce un aspetto importante di tutta l’iniziativa perché i ragazzi impareranno a raccontarsi e a costruire un dialogo con il mondo che li circonda. Sono loro al centro del progetto: basta vederli cinque minuti all’opera per scatenare l’entusiasmo.

Quali altre azioni vorresti a supporto del mondo del lavoro?
Cosa potrebbero fare le istituzioni per supportare la trasformazione del tessuto socio-economico di fronte alla forte spinta all’innovazione tecnologica?

In questo momento, dobbiamo accettare la sfida di un grande cambiamento epocale. La stampa internazionale parla giustamente di una nuova rivoluzione industriale: non cambiano semplicemente alcune tecniche di produzione, ma le logiche generali che caratterizzano la divisione del lavoro a scala internazionale e la competitività delle imprese.

La sfida è mettere in moto tutta la società. Non possiamo pensare di essere protagonisti di questa rivoluzione affidandoci sono a poche imprese di punta, piccole o grandi che siano. Dobbiamo mettere in moto un cambiamento profondo nel paese, facendo in modo che ampi strati della società possano essere parte attiva in questa trasformazione.

Le istituzioni come le Camere di Commercio possono essere promotrici di azioni di sistema, a carattere molto generale, proprio per la capillarità e l’universalità di cui sono portatrici. Cito volentieri il progetto di Unioncamere “eccellenze in digitale”: assieme a Google, Symbola e all’Università Ca’ Foscari, si sono mobilitate risorse importanti con più di 100 borse di studio per ragazzi che fanno da digitalizzatori delle imprese.

Le Camere di Commercio danno legittimità istituzionale al processo, contribuendo a imprimere un cambiamento su larga scala. Ecco, questo mi sembra un ottimo esempio di cosa è necessario fare: progetti a carattere generale che possano fare la differenza per un cambiamento ad ampio spettro.

micelli

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