Bertram Niessen e la centralità della cultura come fattore di sviluppo.

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Con un fatturato che vale circa il 2,51% del PIL, l’industria culturale conta su 1.390.000 persone occupate, pari al 5,6% del totale del paese con una percentuale che è addirittura leggermente aumentata rispetto al 2007. A dirlo è una ricerca Unioncamere e Symbola del 2012 ma per capire tendenze e per una mappatura della produzione culturale in Italia, è Bertram Niessen ad avere un punto di vista privilegiato.

Attivo nella comunicazione e nella cultura, prima in ambito accademico ed ora come coordinatore di cheFare e advisor in vari progetti, Bertram ci spinge ad andare oltre l’approccio che lui stesso definisce “novecentesco”. Proprio chiedendo di cheFare, possiamo trovare se non proprio risposte, almeno visioni utili a inquadrare un settore per sua natura trasversale.

Quando nasce cheFare? E perché?

CheFare nasce 3 anni fa grazie ad alcune domande sia teoriche che pratiche. Volevamo capire le nuove forme che la produzione culturale stava assumendo in Italia, a fronte delle trasformazioni degli ambiti tradizionali – come l’editoria, le arti performative o l’università – analizzando le nuove forme di imprenditorialità culturale.

chefareNegli ultimi anni si sono sviluppate traiettorie radicalmente nuove (se proprio non vogliamo utilizzare l’abusatissimo termine “disruptive”). I processi di produzione, distribuzione e fruizione culturale sono in una fase di trasformazione senza precedenti; questo si riflette sia sugli oggetti culturali in quanto tali che sulle traiettorie lavorative e personali di chi lavora in quest’ambito, e più in generale di chi fruisce la cultura.

Si è andato strutturando un panorama estremamente culturale nel quale accanto ad attori più tradizionali (associazioni culturali, cooperative ed università) se ne affiancano di nuovi (come startup e imprese sociali); allo stesso tempo, attori più istituzionali come le pubbliche amministrazioni e le fondazioni bancarie si stanno interrogando su come reinventare il proprio ruolo, aprendosi a dinamiche collaborative o comunque più aperte e trasversali.
La classica figura dell’intellettuale ora è affiancata (o, direbbe qualcuno, superata) da figure di operatori culturali sostanzialmente nuove, che lavorano secondo una prospettiva diversa: si tratta di figure con grandi competenze tecniche ed una forte capacità di ibridare sapere teorico e pratico. Più che di produttori, molto spesso si tratta di curatori, in grado di intercettare, selezionare e aggregare grandi moli di informazioni e letture prodotte dall’intelligenza collettiva.

CheFare nasce per questo, per capire e mappare il nuovo. Il premio da €100.000 è sostanzialmento uno strumento di rilevazione e attivazione di quello che si muove in Italia; è un modo per comprendere la trasformazione del panorama, visualizzando network e intelligenze collettive.
Nelle prime due edizioni abbiamo avuto 1100 partecipanti con rispettivamente 40.000 e 72.000 voti on line mentre ora stiamo progettando la terza edizione. Ci immaginiamo CheFare sempre più come luogo di passaggio, di incrocio e contaminazione tra produzioni culturali e distribuzione, dove le principali comunità si ritrovano, si raccontano, si riconoscono.

Ci può essere sviluppo economico senza cultura? E’ chiaro che la produzione culturale e creativa può essere considerata come punto di origine delle catene del valore contemporaneo, ma perché troppo spesso c’è poca comprensione del ruolo strategico?

Negli ultimi 20 anni, la cultura è stata relegata al ruolo di gadget, troppo spesso trincerata in circoli dove la borghesia, sia di destra che di sinistra, si auto-relegava in ruoli minoritari. Quello che è chiaro è che c’è, al momento, una comprensione drammaticamente scarsa (anche al livello dei decisori) del mutamento completo dei paradigmi di produzione e distribuzione del valore.
E’ chiaro che chi si occupa di regolazione fa fatica a capire che sono cambiate le cose, perché al momento ci vengono offerte letture ancora parziali: il settore culturale ha tutt’ora una parte tradizionale con le sue specificità radicate nella storia, ma dobbiamo capire come dare le basi per la costruzione di un patrimonio di innovazione che serva a tutto il sistema economico.

Non è una considerazione personale: ad esempio, nell’ indice S&P 500 (l’indice Standard & Poor’s che segue l’andamento di un paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione) è chiarissimo come il valore immateriale stia soppiantando quello materiale. (Qua alcune considerazioni di Adam Arviddson al riguardo).

Secondo una ricerca di Symbola e Unioncamere, la cultura mostra una capacità di tenuta occupazionale notevole anche in Italia. Confermi?

E’ chiaro che possiamo considerare la cultura come un moltiplicatore: nel design, nel turismo e nei servizi, ha chiaro ruolo come leva strategica. La componente immateriale del valore legata alla cultura è qualcosa senza la quale non si può neanche pensare di stare al passo con i processi di produzione contemporanei. E questo vale anche per i settori tecnologici in senso stretto. Non possiamo dimenticare, allo stesso tempo, che la cultura è lo strumento cardine per lo sviluppo del senso critico: senza “cultura” non ci può essere lo sviluppo della dimensione piena della cittadinanza e della partecipazione.
E’ il pilastro della democrazia.

Di fronte a questi mutamenti, che fare come policy maker? Cosa possono fare le camere di commercio?

Sicuramente c’è bisogno di mettere a sistema, con pratiche codificate, i casi dove per merito o per fortuna è stato dato spazio alle istanze che arrivano dall’esterno, da oltre i confini che si sono incartapecoriti in questi anni. Servono trasparenza, partecipazione e accessibilità per dare a quei soggetti, solitamente lontani dalla Pubblica Amministrazione, gli strumenti per fare da leva nell’innovazione. 

niessen

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