Giovani innovatori per le PMI: Annibale D’Elia e i bollenti spiriti pugliesi

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Per innovare non c’è ricetta unica da applicare ma una strategia diversa da elaborare per ogni territorio. In Puglia per giocare la partita dell’innovazione bisogna soprattutto far emergere le forze latenti.

Oppure: “il nascente movimento delle startup pugliesi non è nato grazie ad interventi specifici. Il nostro ruolo è stato aprire le porte e creare opportuntà. E così abbiamo scoperto che queste forze abitavano anche i nostri territori e aspettavano solo un varco per emergere”.

E per finire: “se vogliamo cambiare, non possiamo contare sempre e solo su chi è già sulla scena. È un po’ ingenuo pensare che per innovare basti chiedere a quelli di prima di cambiare direzione. Per far succedere cose nuove bisogna anche far entrare persone nuove”.

Se giocassimo a “Indovina chi?”, in molti avrebbero indovinato che dietro a queste 3 citazioni, c’è Annibale D’Elia.

Dirigente dell’Ufficio Politiche Giovanili e Legalità della Regione Puglia, con un background che fa la differenza (un passato da musicista, poi cofondatore di una cooperativa attiva nel campo delle politiche giovanili premiata nel 2000 come migliore giovane impresa d’Italia), Annibale è un punto di riferimento per chi si occupa di politiche pubbliche a favore dell’innovazione e dei sistemi creativi e culturali.

 

Sicuramente è merito dei successi di Bollenti Spiriti, il programma della Regione Puglia per le Politiche Giovanili, ma quali sono stati i punti di partenza per liberare l’energia creativa dei giovani pugliesi?

Siamo partiti da una consapevolezza: nel Mezzogiorno d’Italia c’è ancora molto da fare, ma se ne abbiamo la forza, la voglia e le capacità, questo “ritardo” può renderci molto più liberi di sperimentare nuovi metodi e di adottare nuovi paradigmi.
Altro punto di partenza: considerare i giovani come risorsa. Quando abbiamo iniziato a progettare i primi strumenti di policy, abbiamo cercato di mettere insieme la cultura della sussidiarietà, che vede i cittadini come forze attive e non solo come destinatari delle politiche pubbliche, con le pratiche orizzontali e collaborative che vengono dalla wikinomics e dalla cultura della rete. Su queste basi, con una buona dose di intuito e procedendo per prove ed errori, abbiamo cercato di affrontare una sfida impossibile: ricostruire un rapporto tra le istituzioni e i giovani cittadini.

Infine, dobbiamo molto alla tradizione dell’educazione non formale e del learning by doing che viene dalle politiche giovanili europee. Il nostro obiettivo è sempre stato permettere ad una platea quanto più ampia possibile di giovani di mettersi alla prova, imparare tra pari e fare esperienza sul campo.

Bollenti Spiriti è soprattutto questo: un insieme di azioni per aiutare i giovani, cioè gli ultimi arrivati, ad entrare in gioco; un dispositivo per muovere i primi passi e superare la trappola dell’esperienza, che quando sei giovane tutti ti chiedono ma nessuno ti consente mai di iniziare a maturare.
Quel che abbiamo scoperto è che tutto questo ha molto a che fare con l’innovazione.

deliaIl mondo giovanile si è rivelato un incredibile giacimento di energia e talento largamente inesplorato. Un buon esempio è il nascente movimento pugliese delle startup, che non è nato grazie ad interventi specifici dedicati. Il nostro ruolo è stato aprire le porte e creare opportuntà. E così abbiamo scoperto che queste forze abitavano anche i nostri territori e aspettavano solo un varco per emergere. Ora naturalmente c’è bisogno di politiche, strategie e alleanze per alimentare questa energia, che altrimenti rischia di disperdersi. Però è da lì che è iniziato tutto: da una azione radicale di condivisione delle poche risorse che avevamo a disposizione a beneficio dei ragazzi e delle ragazze che avevano un’idea nel cassetto e nessuno che li stesse veramente a sentire.
All’inizio ci hanno preso per matti.
Poi, i primi casi di successo hanno cambiato radicalmente la percezione che questa regione aveva del mondo giovanile e delle sue potenzialità inesplorate.

Da questa esperienza abbiamo imparato due cose. La prima riguarda i giovani, non solo nel senso anagrafico ma di “ultimi arrivati”. I debuttanti assoluti. Se vogliamo provocare un cambiamento, non possiamo guardare solo a chi è già sulla scena. Programmi, finanziamenti, opportunità sono accessibili quasi sempre e solo a loro. A ben guardare, è un po’ ingenuo pensare che per innovare basti chiedere a quelli di prima di cambiare direzione. Per far succedere cose nuove bisogna anche far entrare persone nuove. La seconda riguarda l’innovazione. Non c’è ricetta unica da applicare ma una strategia diversa da elaborare per ogni territorio. In Puglia per giocare la partita del cambimento bisogna soprattutto far emergere le forze latenti.

All’interno di questo frame, nasce un nuovo bando ”giovani innovatori”: perché e come far incontrare giovani e pmi per avviare percorsi di innovazione?

Il principio è sempre lo stesso: I giovani come risorsa potenziale e poco valorizzata da “liberare” . Stavolta il focus si sposta sul ricco e popolatissimo tessuto di piccole e piccolissime imprese, che devono investire in modernizzazione e internazionalizzazione per reggere alla competizione globale.
All’inizio dell’anno, una ricerca dell’ARTI, l’Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione, ci ha raccontato quanto sia complicato per le aziende pugliesi trovare le competenze che cercano. Il 74% dichiara di avere una difficoltà alta o medio alta a reperire il personale di cui ha bisogno per innovare prodotti e processi e internazionalizzare le proprie attività. Il tutto mentre molti giovani ad alta qualificazione continuano ad emigrare. Certo, le cause sono molteplici, ma siamo di fronte anche ad un problema evidente di mismatch.
Per questo abbiamo deciso di sperimentare una nuova iniziativa partendo da due punti fermi. Il primo, tecnico, è la mancanza di luoghi e occasioni per fare reciproca conoscenza. Il secondo, culturale, è la mancanza di linguaggi in comune. Così è nata Giovani Innovatori in Azienda, una sperimentazione che utilizza le ultime risorse della precedente programmazione operativa regionale.

Si tratta di una piattaforma per mettere in relazione imprese tradizionali e il ribollente ecosistema delle “giovani idee”. Per prima cosa, abbiamo pubblicato on line un elenco di fabbisogni delle imprese, rilevati da una ricerca sul campo, in ambito innovazione e internazionalizzazione. Le stesse imprese sono state invitate ad integrare l’elenco operando direttamente sulla piattaforma (e con nostra grande sorpresa, abbiamo ricevuto oltre 100 segnalazioni di nuovi fabbisogni).
Poi abbiamo lanciato una call, aperta per un mese a tutti i giovani under 36, per raccogliere idee progettuali in grado di rispondere ai fabbisogni o di suggerirne di nuovi. Le idee sono state sottoposte ad una prima selezione e pubblicate in chiaro sul sito giovani innovatori.
Ora tocca alle aziende, che fino al 28 novembre possono consultare il catalogo delle idee e manifestare il proprio interesse ad ospitare un progetto di innovazione. Il progetto, della durata massima di 3 mesi, si svolgerà in base ad un piano operativo concordato e ai giovani coinvolti verrà corrisposto un contributo di 5.000 Euro.

I numeri sono incoraggianti: abbiamo ricevuto 450 idee progettuali proposte da giovani. 320 hanno superato il primo vaglio e sono consultabili dalle aziende. Nella prima settimana ci sono arrivate oltre 200 manifesazioni di interesse e stiamo ricevendo le prime proposte di piano operativo.
Crediamo si tratti di un esperimento interessante per diversi motivi. I ragazzi vengono incoraggiati ad esprimere la propria proposta in termini di progetto e non solo, come al solito, in termini di curriculum. Le aziende hanno la possibilità di entrare in contatto con nuove professionalità attraverso un sistema trasparente, e magari incontrare soluzioni a cui non avevano pensato. Nello stesso tempo, le imprese devono impegnarsi per valutare la qualità e l’innovatività della proposta in un tempo molto breve. Infine, con Giovani Innovatori l’Istituzione regonale sperimenta un approccio leggero al tema dell’incontro tra domanda e offerta di competenze per l’innovazione. L’obiettivo è concludere la sperimentazione entro il prossimo aprile, tirare una linea e valutare i risultati e l’eventuale follow up. Così potremo capire cosa ha funzionato e cosa no, cosa correggere, se e come proseguire.

Dalla tua esperienza nella task force del MISE nel 2012, al tuo ruolo in Regione, hai punto di vista privilegiato sulla filiera pubblica. C’è cambiamento o ti senti solo?

Sono passati molti anni da quando abbiamo cominciato e oggi ci sentiamo parte di una comunità di persone che in Italia e nel mondo lavorano per portare nuovi modi di progettare, lavorare e comunicare nelle amministrazioni pubbliche. Sul tema si è scritto e detto moltissimo, ma credo siamo ancora all’inizio di un cammino. In nessun posto come nella PA c’è un divario così ampio tra ciò che si è fatto e quel che ancora resta da fare. La situazione ideale per chi si appassiona all’innovazione.
Anche in Puglia ci sono segnali incoraggianti. Penso ad alcuni amministratori locali intelligenti che stanno finalmente dando spazio e attenzione alle proposte che vengono dal basso. Oppure agli imprenditori locali più sensibili che stanno mostrando un crescente interesse verso le idee nate fuori dai confini delle loro aziende. Così nascono alleanze e collaborazioni inedite e trasversali, in modo abbastanza spontaneo e senza troppi formalismi, tavoli o protocolli. Gli attori pubblici, come tutti gli altri, sono alle prese con il problema di ridefinire il proprio ruolo in un mondo in rapida trasformazione. Quel che fa muovere questo processo sono più le intenzioni dei singoli che le funzioni attribuite dalle norme.

Penso, ad esempio, alla Camera di Commercio di Bari, che da due anni ha messo in campo il programma Valore Assoluto, dedicato al supporto alle startup, e sta offrendo un’ottima sponda per accompagnare la crescita delle giovani realtà che spesso hanno mosso i primi passi con Bollenti Spiriti. Sono partiti osservando le opportunità e i problemi di un contesto ricco ma ancora acerbo, e hanno trovato un modo per rendersi utili.
Sono prove tecniche di un nuovo ecosistema basato su pratiche e valori molto diversi da quelli dominanti.
Ovviamente non è un processo indolore. Ogni trasformazione porta con sè una dimensione di conflitto. Quando si approccia l’argomento, bisogna sempre ricordarsi che un ecosistema esiste già, e non è necessariamente amico delle nuove idee.

Invece vedo in giro la tentazione di intepretare il tema in modo molto tecnico. Costruire filiere ed ecosistemi a tavolino, decidendo chi dovrà collaborare con chi, e quel che manca lo si importa da fuori, quasi fosse una materia plasmabile a proprio piacimento. Chi affronta dall’alto verso il basso il tema del cambiamento rischia di costruire solo nuovi servizi in cerca di domanda e nuovi contenitori in cerca di contenuti.

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